Le Mutilazioni Genitali Femminili sono una pratica tradizionale eseguita principalmente in molti paesi musulmani ed è diffusa in numerosi paesi africani sulle donne, ma soprattutto sulle bambine appena nate fino ai 15 anni di età.

Le origini risalgono alle antiche tradizioni del periodo pre-islamico, probabilmente già in uso nell’antico Egitto. In seguito con i normali flussi migratori, la pratica definita anche “infibulazione”, è arrivata nelle grandi metropoli (in America e in Europa). Secondo i dati forniti dal Ministero delle Pari Opportunità, in Italia vivono circa 35 mila donne extracomunitarie infibulate.

Le mutilazioni genitali solitamente avvengono senza anestesia e in condizioni igieniche disastrose; per la pratica escissoria spesso vengono utilizzati strumenti taglienti come pezzi di vetro rotti o lamette non sterilizzati. Queste sono delle vere e proprie torture che comportano serie problematiche fisiche e psicologiche nelle donne. L’infibulazione è anche causa di gravi problemi durante la gravidanza e il parto: il resistente tessuto della cicatrice può impedire la dilatazione del canale del parto e causare un parto ostruito che può portare non solo danni fisici alla donna, ma anche a danni cerebrali o persino alla morte del bambino.

La LEGGE N.7 DEL 9 GENNAIO 2006, “Disposizione concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile” (MGF) prevede, oltre alle misure penali, un finanziamento pari a complessivi 5 milioni di euro per attività di prevenzione e formazione delle figure professionali in ambito sanitario, per azioni di sensibilizzazione atte a scoraggiare la pratica, e per la gestione di un numero verde di segnalazione.
Negli anni però, questi finanziamenti sono stati progressivamente tagliati e ad oggi non ci sono risorse disponibili.