Nel momento di massima crisi economica, gli Stati Uniti d’America hanno risposto occupando le donne. Per la prima volta nella storia, la componente femminile nel mercato del lavoro superò infatti quella maschile. Non è quindi un caso che oggi il candidato più accreditato a diventare presidente della prima grande economia mondiale sia proprio una donna, Hillary Clinton.

Nello stesso periodo, in Italia, la questione del lavoro femminile ha continuato ad essere oggetto più di attività convegnistica che di veri e propri interventi strutturali. Qualcosa è stato indubbiamente fatto; pensiamo, ad esempio, ai contenuti del decreto legislativo 80/2015 sulla conciliazione delle esigenze di cura, vita e lavoro, ma ciò non basta, alla luce della situazione complessiva nel nostro Paese. Il nostro Istituto di ricerca economica e sociale ha analizzato ben undici parametri per valutare lo stato di salute della differenza di genere nel Belpaese in confronto all’Europa.

Ebbene, l’Italia è quasi sempre pericolosamente in coda rispetto ai partner europei. Solo la Grecia ha un tasso di occupazione femminile peggiore del nostro, mentre siamo per poco fuori dal non invidiabile podio delle peggiori economie per il tasso di disoccupazione, con l’aggravante, però, della disoccupazione di lunga durata, rispetto alla quel peggio di noi stanno messe soltanto la Grecia e la Spagna. Ciò si verifica anche a causa della ridotta partecipazione in età adulta a corsi di formazione, ed aggiornamento professionale.

Cresce il part time, ma spesso tale crescita non rappresenta una risposta in termini di conciliazione dei tempi, quanto, piuttosto, una scelta del datore di lavoro subita dalla lavoratrice che avrà ripercussioni negative al momento del pensionamento. Se qualche miglioramento si registra sul versante dei congedi parentali, continua a rimanere minima la percentuale di bambini fino a tre anni accolti in strutture dedicate.  L’abbandono scolastico continua ad essere troppo alto, il doppio di Paesi come la Danimarca, la Svezia, ma anche la stessa Grecia. Poco lavoro, poca scuola, poche politiche di conciliazione, il tutto porta inevitabilmente alla povertà. Il 30% delle donne in Italia è a rischio povertà, con un reddito annuale lordo inferiore di oltre il 15% rispetto agli uomini.

Andando ad analizzare i singoli settori produttivi, nelle professioni e nel credito il differenziale retributivo sfiora il 25% a vantaggio degli uomini; nella scuola, nella manifattura e nella ristorazione, il differenziale scende, pur posizionandosi sempre fra il 12 e il 15%. Quella che abbiamo tracciato è una situazione consolidata, strutturale, che varia negli anni di pochi decimi percentuali. Ebbene, a fronte di ciò, è necessario agire. Dalla manovra di bilancio, ci attendiamo, finalmente, degli interventi calibrati sull’universo femminile, cosa che non è avvenuta né con il Jobs act né soprattutto con l’introduzione, avvenuta con la legge di stabilità 2015, di un esonero contributivo sulle assunzioni a tempo indeterminato generalizzato che ha finito per penalizzare proprio quelle categorie – le donne, i giovani, i lavoratori maturi, le residenti e i residenti nel Mezzogiorno – che, viceversa, avrebbero avuto bisogno di maggiore sostegno. Ci attendiamo, altresì, delle misure per la famiglia, per favorire la conciliazione, per rafforzare l’assistenza all’infanzia e agli adulti non.autosufflcienti, nella certezza che lo Stato sociale debba continuare ad essere presente ed adeguatamente sostenuto, – in quanto il sistema produttivo e le condizioni economiche complessive non permettono di avere un welfare di tipo contrattuale, aziendale e/o privatistico in sostituzione di quello dello Stato e degli enti locali. Si tratta di fare un grande sforzo di razionalizzazione della spesa pubblica, partendo anche dalla proposta della presidente Laura Boldrini sul bilancio di genere, così da avere finalmente comprensione piena di quali e quante risorse sono indirizzate verso la risoluzione della questione femminile nel nostro Paese.